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Ott

Resine da ribasatura: caratteristiche e applicazioni

Negli ultimi anni, per quanto riguarda il caso di protesi fissa su dente naturale, abbiamo assistito a un cambio nella prospettiva di impiego del provvisorio. Questo passaggio, oggi, non è più solamente una fase clinica transitoria, ma è un momento in cui è possibile apportare aggiustamenti volti a migliorare la preparazione, la funzionalità (ad esempio rivedendo l’occlusione) e la resa estetica del manufatto finale.

Tra le funzioni principali dei provvisori vi è quella di ricondizionare i tessuti molli di modo da garantire al meglio il fitting marginale e adeguare l’interfaccia con la gengiva.

Per tutti i motivi sopracitati, per l’odontoiatra è necessario avere a disposizione tutti i mezzi necessari a ribasare – se necessario anche più volte – in tempi rapidi il provvisorio sgusciato direttamente alla poltrona. Dal punto di vista puramente tecnico, il vantaggio del mancato passaggio in laboratorio non è solo in termini di tempo, ma è anche quello della certezza della forma e della stabilità dimensionale del manufatto.

Resine autopolimerizzanti e fotopolimerizzanti

Le resine maggiormente impiegate sono quelle acriliche autopolimerizzanti, ma oggi sono disponibili diverse tipologie, comprese alcune resine fotopolimerizzanti. Nel caso delle autopolimerizzanti, le problematiche principali del surriscaldamento e dell’eccessiva adesione al moncone sono solitamente prevenute tramite l’applicazione di glicerina o altro isolante.

Va da sé che queste complicazioni non si presentano se si utilizzano sistematiche fotopolimerizzanti, che hanno proprietà fluide o viscoelastiche prima della polimerizzazione, bassa irritazione termica e, oggi, rilascio ridotto di monomero libero.

Chimicamente, le resine acriliche commercializzate come kit bicomponente sono formate da una polvere, costituita da una miscela di polimeri in forma incompleta (MMA o EMA) con un iniziatore perossidico e un pigmento, e un liquido consistente sempre in metacrilati ma in forma monomerica con una molecola di cross-linking. Esistono anche formulazioni in pasta sempre di questo tipo.

Queste stesse componenti sono presenti anche nelle resine fotopolimerizzanti, che in più contengono un fotoiniziatore, ovvero una molecola (quella di base è detta canforochinone) in grado di trasferire l’energia luminosa per avviare la polimerizzazione.

Una componente presente solo nelle resine autopolimerizzanti è un acceleratore chimicamente attivato (ad esempio N, N-dimetil p-toluidina). Un prodotto certificato come auto-fotopolimerizzante, dunque, conterrà sia fotoiniziatore che acceleratore chimico. Più è pastoso il materiale, maggiore sarà il suo contenuto di silice.

In realtà, dalla formula dipendono una serie di caratteristiche meccaniche (durezza, resistenza alla trazione, resistenza trasversale e contrazione da polimerizzazione), ma anche altri aspetti quali la biocompatibilità e la stabilità cromatica. I caratteri meccanici vengono valutati in laboratorio tramite test specifici, molti dei quali seguono le indicazioni da parte di enti indipendenti quali ad esempio l’Academy of Dental Materials (ADM).


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